XXXIV Domenica del T.O. Solennità di Cristo Re dell’ universo (Anno A)

Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 31-46)

Siamo ormai giunti al termine dell’Anno liturgico e, in quest’ ultima domenica prima dell’inizio dell’Avvento, celebriamo la festa di Cristo Re dell’universo. Questa celebrazione ci ricorda non solo la regalità di Gesù come Re e Signore dell’ universo ma anche la nostra appartenenza a Lui, Giudice e Signore del tempo e della storia. Siamo suoi per creazione, perché tutto è stato creato per la sua gloria; e siamo suoi per redenzione, in quanto Lui ci ha salvati a prezzo del suo Sangue.

La liturgia ci fa ascoltare la pagina che conclude il discorso escatologico nel vangelo secondo Matteo, quella in cui Gesù annuncia il giudizio finale. È un brano di straordinaria bellezza, che sintetizza in modo semplice la singolarità cristiana, ponendo con chiarezza ogni discepolo di Cristo di fronte alla propria concreta responsabilità verso i fratelli, in particolare verso gli ultimi. Questa pagina evangelica dalle immagini potenti e suggestive ci rivela la verità ultima, sull’uomo e sulla sua vita. La domanda di fondo che si pone alla coscienza del lettore è dunque questa : che cosa resta di una persona quando non resta più niente? Resta l’amore dato. Resta l’amore ricevuto. Entriamo allora nella contemplazione di questa pagina evangelica ascoltando queste splendide parole che Gesù ha detto a Santa Faustina.

Dice Gesù  :“… Scrivi: prima che Io venga come Giudice giusto, spalanco la porta della Mia Misericordia. Chi non vuole passare attraverso la porta della Misericordia, deve passare attraverso la porta della Mia giustizia.”… (Diario 1146)


Il  nostro brano si apre con la solenne presentazione del Giudice supremo che viene nella gloria con tutti gli angeli. È un richiamo alle teofanie veterotestamentarie come in Zc 14,5 e Dn 7,13-14. Il Figlio dell’uomo è il giudice escatologico, il re che giudica grazie al potere regale ricevuto nella resurrezione dal Padre che sta all’origine della salvezza. Ma è anche il Pastore il cui giudizio è rimesso nelle sue mani (Gv 5, 22).

L’azione del Giudice inizia con una separazione. Solo Dio può fare questa separazione, solo Dio può conoscere in profondità il cuore dell’uomo, il senso profondo delle sue azioni, il senso profondo di ogni storia. Come in un campo crescono mescolati il grano e la zizzania, così nella storia il bene e il male coesistono in maniera inestricabile nell’uomo, dentro l’uomo e attorno all’uomo. Solo alla fine dei tempi e solo il Cristo può operare questa separazione e fare apparire in piena luce, senza ambiguità alcuna, la vera identità dell’uomo, di ciascun uomo. Il giudizio di Dio separando il bene dal male fa emergere in ogni uomo quella “immagine e somiglianza di Dio” che è la sua vera identità fin dal momento della creazione.

Il criterio sul quale ognuno si trova ad essere giudicato si basa sulla prassi d’amore verso il prossimo, verso l’altro che vive uno stato di bisogno. L’elenco che enumera affamati, assetati, forestieri, nudi, malati, carcerati richiama le opere di misericordia già conosciute agli ebrei osservanti (Is 58, 7; Gb 22, 6ss; Sir 7, 32s), un modo per indicare ogni prassi che sia attenta alla sofferenza di ogni uomo; ma ciò che è originale e rivoluzionario in questo brano è che il giudice, il re, si considera lui stesso il destinatario di tali azioni: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

L’aiuto portato o rifiutato al povero è aiuto prestato o rifiutato a Gesù stesso. Il Figlio dell’uomo, il re, è solidale con i poveri, si identifica in loro. Il Signore Gesù diventa al tempo stesso giudice universale e criterio di giudizio. Così scriveva Andrè  Louf: “ Il nostro re è il fratello degli umili, è vicino a coloro che lo invocano. Non solo, ma loro sono lui. Per questo i poveri ci precedono nel Regno (cf. Mt 25, 40) dove noi, i ricchi, potremo seguirli solo nella misura in cui abbiamo saputo riconoscere in loro il Cristo.” Gesù ci ricorda quindi, che l’uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia ma è anche chiamato ad essere testimone concreto di questa misericordia per gli altri. Praticare la misericordia non è dunque un consiglio o un’indicazione, ma un preciso dovere di ogni discepolo del Signore. Così infatti ricordava Gesù a santa Faustina: “Figlia Mia, se per mezzo tuo esigo dagli uomini il culto della Mia Misericordia, tu per prima devi distinguerti per la fiducia nella Mia Misericordia. Esigo da te atti di misericordia, che debbono derivare dall’amore verso di Me. Devi mostrare Misericordia sempre e ovunque verso il prossimo: non puoi esimerti da questo, né rifiutarti né giustificarti. Ti sottopongo tre modi per dimostrare Misericordia verso il prossimo: il primo è l’azione, il secondo è la parola, il terzo è la preghiera. In questi tre gradi è racchiusa la pienezza della Misericordia ed è una dimostrazione irrefutabile dell’amore verso di Me. In questo modo l’anima esalta e rende culto alla Mia Misericordia” ( D. 742). E ancora leggiamo in un altro passo del Diario:” …ma scrivilo per molte anime, che talvolta si affliggono perché non posseggono beni materiali coi quali praticare le opere di Misericordia. La Misericordia spirituale però ha un merito molto maggiore e per essa non occorre avere né l’autorizzazione né il granaio, essa è accessibile a qualsiasi anima. Se un’anima non pratica la Misericordia in qualunque modo, non otterrà la Mia Misericordia nel giorno del giudizio”.

La concreta prassi di amore verso il prossimo è già amore per il Cristo, adesione alla vita di Gesù. E la ricompensa che i giusti riceveranno non è altro che la continuazione di una intimità di vita con Dio già iniziata su questa terra. Concludiamo facendo nostre le parole di questa preghiera di Santa Faustina: “ Desidero trasformarmi tutta nella Tua Misericordia ed essere il riflesso vivo di Te, o Signore. Che il più grande attributo di Dio, cioè la Sua incommensurabile misericordia, giunga al mio prossimo attraverso il mio cuore e la mia anima.” (D. 163) Amen.